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Collective è orgogliosa di aver collaborato con Marco Depperu e Marco Nobile a questo progetto

Nella civile ed asburgica Trieste sorge uno stabilimento siderurgico nel cuore della città -in zona portuale- che divide e fa discutere la politica e i cittadini.
E’ la Ferriera di Servola, fondata quando la zona era una paesino di periferia e circondata oggi da case e palazzi che ospitano decine di migliaia di persone. Sono anni che se ne prospetta la chiusura ma nessun’amministrazione locale ha mai affrontato la questione in maniera non dogmatica.
Nasce così l’ossimoro della scelta fra diritto alla salute e diritto al lavoro, in questa città di frontiera.
La Ferriera, oggi gestita dal gruppo Lucchini/Severstal come quella di Piombino, rilascia gossi quantitativi di IPA e PM10 nell’atmosfera, nel suolo e nel mare, ma opera in base ad un’Autorizzazione Integrata Ambientale emanata dalla regione Friuli Venezia Giulia che la vincola, in teoria, a non sforare valori ben precisi di sostanze inquinanti rilasciate nell’ambiente. L’impianto inoltre vende all’attigua centrale Elettra i propri gas di scarto, traendo quindi beneficio dalla norma sugli incentivi alle fonti d’energia alternative note come CIP/6. In Italia e solo in Italia infatti, sono state aggiunte al testo, dopo le parole “energie rinnovabili”, le parole “e assimilate”, il che consente di godere degli incentivi pagati dai cittadini per sostenere fotovoltaico, eolicio, geotermico anche ad impianti che bruciano rifiuti e combustibili fossili. Paradossalmente i gas di cockeria ed altoforno, da sottoprodotto di un processo produttivo, sono divenuti così il vero businnes della Ferriera, la cui attività siderurgica non sarebbe più sostenibile di per sé.

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